Niente può uccidere di più | Alessandra Startari
Alessandra Startari

TREMATE, LUDLUM È TORNATO, MA STAVOLTA È UNA DONNA ITALIANA E SI CHIAMA ALESSANDRA STARATRI – Niente può uccidere di più dell’ignoranza, perciò meglio informarsi che uniformarsi. IN TUTTE LE LIBRERIE DIGITALI, UN E-BOOK FUORI DALLO STANDARD SELF-PUBLISHING: QUESTO È PROVOCATORIO, IRRIVERENTE, PERICOLOSO… ROMA, agosto 2013 – Lo spionaggio, quello puro, d’autore, non è più prerogativa americana o inglese, oggi è nostrano. Lei è una pubblicista italiana e si chiama Alessandra Startari. Pubblica un e-book attraverso il self-publishing e sfogliandolo capiamo subito che non è un romanzo qualunque. Il protagonista è braccato da una flotta di satelliti spia di ultima generazione. Non sta scappando, sta correndo. Non vuole nascondersi, vuole disattivarli. Difficile immaginare che un uomo senza potere possa sabotare una costellazione spaziale ad uso militare. E poi perché lo fa? Teme di essere manipolato? È paranoico? No. Stavolta la questione è più complessa: ha scoperto a cosa serve la flotta e vuole che lo sappiano tutti. Il suo intento non è quello di intraprendere una battaglia personale, ma di diffondere una consapevolezza globale per mettere in guardia e al sicuro quante più persone possibile. Non è solo se stesso che vuole salvare, se possibile, salverà l’umanità. Senza mantello, razzi e arti marziali. Un eroe comune, confuso nella mischia, che deve cambiare le regole di un gioco più grande di lui. “ Si chiama Giovanni e ha ventinove anni. Non è un picchiatore, non usa armi e non ha con sé un cellulare. Spesso è anche senza soldi e senza documenti.” Ci spiega l’autrice. “Quando si vuole lottare davvero, bisogna essere disarmati e consapevoli, altrimenti si diventa il personaggio di un cartone animato o di un action-movie di quelli in cui si cade in piedi perché si è invincibili. Qui nessuno è perfetto, infallibile. Qui si parla di ognuno di noi. Chiunque potrebbe essere Giovanni. La minaccia incombe sulla testa di tutti e uno fra i tanti prova a fermarla. Non da solo, naturalmente.” Il romanzo promette scintille, vale la pena… stavolta vale davvero la pena. Niente può uccidere di più dell’ignoranza, perciò meglio informarsi che uniformarsi.

Niente può uccidere di più

 

Tre cose troverai dovunque:

una donna (l'amore); una spada (la violenza); una scacchiera (il gioco).

(antico proverbio italiano)

 

 

Francia, Parigi
Aprile 2009, h 16:30
Cité des Sciences et de l’Industrie

La guida stava spiegando agli studenti della scuola in visita che il museo, in passato, era un mattatoio. C’era odore di sangue, si macellavano animali, si scuoiavano, si facevano a pezzi, lì dove oggi si esibivano gli ultimi ritrovati della tecnologia. Ma non lo diceva in questo modo, quelli erano solo dei ragazzini. E ora erano più interessati a seguire con lo sguardo l’uomo che stava attraversando l’atrio del museo arrancando a fatica, proprio con l’aspetto di un bovino spinto all’abattoir.
Alfonsine Mitteral era in sovrappeso, ma stamani era il suo cuore a rallentarlo. Un vocio confuso gli riempiva le orecchie. Gli occhi si rifiutavano di mettere a fuoco le immagini, e lui si faceva largo tra la folla quasi alla cieca, urtando chiunque si trovasse sulla sua strada, senza chiedere scusa. Non ce ne era il tempo. L’analista era convinto di essere stato seguito, doveva fare in fretta, sempre più in fretta.
Si sentiva braccato tra quei satelliti, quelle capsule, quelle sonde spaziali, proprio lui che aveva contribuito a progettare qualcosa che entro due anni avrebbe rivoluzionato, forse meglio dire sconvolto il sistema di vita di milioni di persone. Ma questo segreto non lo inorgogliva.
Avanzava stordito tenendo stretta al petto una borsa di pelle marrone. Lanciò un'occhiata fugace al grande orologio al centro della sala principale del museo e arricciò il naso come se la vista lo stesse abbandonando.
Alfonsine Mitteral era stato drogato e presto sarebbe morto.
Dal lato opposto della sala, il giornalista italiano lo stava aspettando nell'ombra. Era un uomo alto, avvolto in un cappotto blazer nero, occhiali scuri, sessant'anni o qualcosa di più molto ben portati, tanto perfettamente immobile, calmo e silenzioso da essere quasi invisibile.
Da quando lo aveva visto entrare lo seguiva con lo sguardo, sempre più perplesso, ma non si era mosso di un centimetro per andargli incontro. L'affare era troppo delicato per modificare ora le procedure stabilite. Era tutto calcolato. Se qualcosa fosse andato storto, avrebbe potuto approfittare della porta antipanico dell'uscita di sicurezza proprio alle sue spalle. E man mano che la figura barcollante di Alfonsine avanzava sempre più incerta nella sua direzione, consolidò questa ipotesi.
Quando finalmente raggiunse il giornalista, Alfonsine emetteva rantoli significativi. Si accostò a lui e gli sbatté contro la cartella marrone costringendolo ad abbracciarla, come gli avesse passato il testimone alla fine di un'estenuante staffetta. Aveva portato a termine la sua missione, ora poteva cedere al dolore che lo dilaniava. Cadde lungo disteso bocconi sul pavimento della sala, una mano inutilmente stretta sul cuore, la testa girata verso sinistra, dalla bocca spruzzava gocce di saliva sporca di sangue.
Il giornalista italiano ebbe l'istinto di chinarsi a soccorrerlo, sembrava colpito da infarto. Riuscì a sentirlo sussurrare «Scappa!» prima di vederlo smettere di rantolare e restare ad occhi spalancati e fissati nel vuoto.
Un gruppo di visitatori sempre più numeroso si stava avvicinando. Il giornalista si sollevò immediatamente guardando in tutte le direzioni. Qualcuno gridò, una voce più autorevole chiamò la sicurezza, i ragazzini iniziarono a fissare il cadavere ammutoliti e le maestre li costrinsero ad allontanarsi.
Nella confusione generale che si era creata attorno al corpo, l'uomo con la cartella di pelle marrone era svanito.



Italia, Roma
Stadio dei Marmi
h 6:50

Il primo squarcio di sole apparve oltre le nuvole tagliando di netto la pista che ospitava un solo corridore.
Incurante del freddo umido che bagnava il percorso, Giovanni teneva il passo. Mancavano poche centinaia di metri al traguardo e avrebbe battuto il suo record. Sentiva le gambe andare da sole, leggere come ali. Correre lo aiutava a pensare, a essere se stesso. In nessun altro modo riusciva a sentirsi libero.
Decisioni importanti della sua vita le aveva prese in gara, mentre superava avversari e tagliava il nastro.
Le ultime falcate e iniziò a rallentare osservando i suoi tempi nel cronometro che aveva al collo:25.000 m in 1:24:32. Record personale battuto. Si fermò, sollevò le braccia, respirò a fondo, fece dei piegamenti. Tornò su con la testa e notò che il custode dall'altra parte del campo si agitava chiamando verso di lui. Strinse gli occhi per guardare meglio e iniziò ad andargli incontro avvicinandosi all'ingresso che portava agli spogliatoi.
L'inserviente lavorava su quelle piste da trent'anni e Giovanni lo aveva visto crescere. Disse: «Ehilà! Ti vogliono al telefono» dandogli una pacca sulla spalla. «Corri come una lepre, ragazzo.»
Giovanni fece un sorriso compiaciuto, mentre attraversava il corridoio.
Afferrò un asciugamano dalla borsa che aveva lasciato sulla panca dello spogliatoio e si avvicinò al telefono appeso alla parete. Impugnò la cornetta ancora penzolante e parlò. Sentì un suono sordo, un rumore, qualcosa che strideva. La comunicazione era caduta. Giovanni provò a chiamare, ma dall'altra parte non c'era più nessuno. Agganciò la cornetta e si affacciò in corridoio. L'inserviente era sparito. Rimase nel dubbio e si diresse alle docce.
In meno di mezz'ora lo spogliatoio iniziò a popolarsi; qualcuno salutò Giovanni che aveva già infilato i pantaloni del completo grigio e stava annodando la cravatta. Abbottonò la giacca, passò le mani umide di gel a domare quei ciuffi corvini ancora bagnati sulla fronte, e si affrettò a richiudere la lampo della borsa sportiva che sistemò nell'armadietto estraendone la ventiquattrore.
Giunto al parcheggio tirò fuori una chiave e spinse un pulsante, il suono dell'antifurto fece due note e il quadro si accese lasciandolo montare.
Salì il lungo Tevere con andatura sostenuta; il flusso di lamiere che confluiva sul Muro Torto si concentrava sempre in quella zona. Superati i tornanti che portavano verso l'arco di fronte a Villa Borghese, entrò su via Veneto oltrepassando i varchi di accesso al traffico limitato. Un permesso gli consentiva di arrivare fino alla NAVI Spa, a pochi passi dall'Ambasciata americana. Una delle più grandi società per le telecomunicazioni d'Europa, con sede centrale a Parigi e succursale a Roma.
Una volta davanti al cancello, introdusse la sua tessera magnetica in una colonnina e la sbarra automatica si sollevò. Svoltò oltre i giardini dopo l'atrio e si diresse al parcheggio.
La facciata dell'edificio sembrava un gigantesco specchio di trenta metri suddiviso in sottili porzioni di metallo a disegnare le vetrate. I duecento dipendenti vi si riflettevano ogni giorno chi facendo gesti, chi sistemandosi i capelli, chi sorridendosi. Non si curavano del fatto che dall'interno, il personale della sicurezza e le telecamere a circuito chiuso, registrassero ogni loro smorfia da quasi dieci anni. Giovanni accelerava sempre il passo evitando di farsi riprendere in atteggiamenti troppo personali. Ignorava puntualmente la sua immagine riflessa ed entrava salutando i guardiani con un cenno della mano.
Aveva sempre immaginato che il Presidente e fondatore della Multinazionale, Piero Navi, l'avesse fatto apposta a scegliere gli specchi, dimostrando un gran senso dell'umorismo per un magnate delle telecomunicazioni: poteva osservarli senza essere visto.
I tre tubi auto-portanti in policarbonato e acciaio che ospitavano le cabine ascensore poi, erano la ciliegina sulla torta. Completamente trasparenti in modo che chiunque potesse vedere con anticipo chi stava arrivando e chi se ne andava.
Impossibile sfuggire al controllo vigile e al rigore di quell'azienda. Giovanni approvava l'idea che nessuno riuscisse a fare il furbo là dentro, ci si doveva rassegnare alla trasparenza. Ma poteva essere una messinscena, sospettava. C’era qualcosa di simulato in quell’ordine. Tuttavia preferiva non farsi troppe domande, in fondo era solo un lavoro, nient'altro. L'unico modo per trovarlo eccitante, immaginava, poteva essere vedere le sue fondamenta affondare all'improvviso. Questo lo avrebbe divertito davvero.
Meno divertente fu trovarsi nel vano ascensore mentre saliva e nella cabina di fronte, oltre la parete curva e cristallina del secondo tubo, incrociare lo sguardo di Lisanda Roynad che scendeva.
Lisanda. Non era il tipo di donna che poteva afferrare senza rischiare di cadere, ma era l’unica spina che non riusciva a strappare dalla sua anima. Lei era una figura estremamente attraente che vedeva passare e svanire due volte a settimana, sempre alla stessa ora. Non aveva altro modo di vederla adesso che si erano lasciati. E la scossa che provava ogni giorno da due mesi, era la medesima: torna da lei, sembrava chiedere.
Arrivato al sesto piano dell'edificio, percorse tutto il corridoio fino alla porta dell'ufficio che divideva con un collega. Le finestre della stanza si affacciavano sul giardino interno, ma guardavano anche oltre, scoprendo la passeggiata di via Veneto gremita di turisti e piccoli bar ricoperti di fiori e insegne. Nel tardo pomeriggio si costellava di luci che somigliavano alla mappa del cielo. Giovanni non restava mai con il naso affacciato per più di trenta secondi; la telecamera piazzata nell'angolo in alto a destra avrebbe rivelato distrazione dal lavoro. Non avrebbe mai dato al supervisore la soddisfazione di fargli un richiamo. Quello stronzo del supervisore.
Paolo, scrivania accanto alla sua, era tutto meno che un burocrate. Disordinato, incurante della sorveglianza, faceva pernacchie e linguacce persino nella toilette sospettando che un occhio vigile, seppure ben nascosto, fosse presente anche in quel luogo privato. In azienda era chiamato cervellone, in contrapposizione al suo aspetto da studente anarchico. Si era guadagnato sia l'invidia che la curiosità del collega, con i suoi modi esuberanti. A lui il supervisore non badava, come ne fosse inspiegabilmente immune. Interruppe il silenzio che imperava da oltre due ore, per sfidare di nuovo l'occhio spia e incrociare i piedi sopra al tavolo masticando il cappuccio di una penna.
«Hai sentito la novità, Giò?»
«No, quale?»
Giovanni era sempre interessato agli argomenti del suo brillante collega. Paolo sputò via il cappuccio attirando finalmente la sua attenzione.
«Al pianterreno hanno sgombrato l'area per piazzare un nuovo amico.»
Giovanni, che fino a quel momento non aveva alzato la testa dal monitor, ora lo guardava incuriosito: «Un intero piano per una sola persona, e chi sarebbe?»
«Ho detto amico, non intendevo un essere umano» ridacchiò avvicinandosi. «Hanno installato qui il database più pazzesco che abbia mai visto da vicino. Può custodire e memorizzare più di centomila dati al secondo.» Giovanni fece un ghigno divertito, indispettendo Paolo che montò subito in cattedra: «Forse per te sono megalomanie del presidente, ma ti consiglio di rifletterci meglio».
«Sì, ci ho già riflettuto» ribatté Giovanni, dirigendosi verso la porta. «Credo che non avremo più problemi di memoria, da ora in avanti.»
«Spiritoso» sussurrò Paolo, rimettendosi a sedere.
«Vado a prendere i pass per la conferenza. L’hanno anticipata, devo sbrigarmi» aggiunse sull’uscio.
«Io non ne ho bisogno, entro anche senza.» Gli strizzò l’occhio facendo canestro nel cestino con l’ennesimo cartoccio.
Paolo era un’incognita, a lui non servivano pass né si preoccupava dello spionaggio interno. Al contrario di lui, Giovanni ne era ossessionato. Percorreva il corridoio che lo avrebbe condotto alla cabina ascensore e lanciava continue occhiate alle telecamere di sorveglianza. Ormai lo faceva automaticamente da tre anni.


Francia, Parigi
Boulevard Saint Germain
h 6:30

Il giornalista italiano aveva trascorso l'intera notte in una brasserie del centro, tra un croissant e una serie di caffè, un paio di telefonate e qualche trascrizione. Studiava il fascicolo contenuto nella cartella di pelle marrone che gli aveva passato l'informatore Alfonsine Mitteral, prima di esalare l'ultimo respiro nella Cité des Sciences.
Se in un primo momento aveva pensato a un infarto, dopo aver scartabellato quei documenti molto attentamente era arrivato a un'agghiacciante conclusione: l'analista era stato ammazzato.
Non si sentiva più al sicuro in quella brasserie, nonostante fosse ancora affollata e chiassosa oltre orario. Aveva l'impressione di essere osservato.
Forse non avrebbe dovuto accettare quei piccoli bignè offerti con il terzo caffè. Doveva smettere di concepire la realtà come aveva fatto fino a quel momento e iniziare a diffidare di ogni cosa. Tolse gli occhiali da lettura e infilò la mano nella tasca della ventiquattrore. Ne estrasse un astuccio che conteneva altre lenti, le portò al viso e mise a fuoco ogni dettaglio lontano che fino a quel momento gli era apparso nascosto o annebbiato. Il terrore che aveva letto negli occhi di Alfonsine si stava imprimendo nei suoi, come un virus contratto per via aerea a cui non c'è rimedio.
In un bar, l'odore di fritto e di caramello, occhi sovrapposti e tutti uguali, l'insidia non è riconoscibile. Poteva essere quella donna bionda col vistoso copricapo arancione da cui spuntava la penna di un volatile e che gli aveva sorriso quando si era avvicinato alla toilette poco prima; oppure il cameriere sciancato che gli aveva offerto i bignè e che non aveva l'aria di trovarsi a suo agio in quell'ambiente, come vi lavorasse da non più di mezz'ora; o addirittura la vecchia signora teutonica e sonnolenta che fissava ipnotizzata la stessa pagina del menù, senza un apparente motivo. Poteva essere chiunque tra le persone comuni che lo circondavano. Non era come stare in trincea col nemico dall'altra parte che riconosci dalla divisa e dalla distanza da cui ti minaccia. Qui ogni cosa poteva toccarlo senza dargli il tempo di scansarsi.
Leggere quel fascicolo aveva innescato il conto alla rovescia anche per lui, ne era certo.
Richiuse con cura ogni pagina assicurandosi di non essere notato e sigillò la cartella di pelle sollevandosi repentino dallo sgabello. Fece un cenno al cameriere che subito gli portò il conto.

Percorse a piedi alcune decine di metri e raggiunse un telefono pubblico poco distante dalla Sorbona. Stava albeggiando. Prese il cellulare e solo quando aveva iniziato a scorrere la rubrica, si rese conto che le mani tremavano come afflitte da un morbo improvviso. Trovato il numero, iniziò a digitarlo sulla tastiera del telefono pubblico. Squillò parecchio prima che qualcuno rispondesse. Quando il suo interlocutore arrivò al telefono, la linea iniziò a dare problemi, udì un suono sordo poi un uomo che rispondeva: «Ehilà! Chi parla?» e fece appena in tempo a pronunciare qualche parola che s'interruppe la comunicazione. Il giornalista provò a ricomporre il numero ma risultò isolato. «Non è possibile!» si disse uscendo trafelato dalla cabina.
Attraversò rapidamente Boulevard Saint Germain senza una precisa direzione. Aveva una certezza: nessun luogo era sicuro, nessuna fuga era possibile, era spacciato.
La sensazione era quella del nuotatore esperto che si blocca in mezzo alla tempesta e lentamente affoga. Prima che i polmoni si riempiano d'acqua, apre gli occhi e osserva i fondali. C'è una pace irreale nell'apnea, sembra quasi l'immersione di un pesce che continuerà a nuotare senza riemergere più. Nel silenzio ottuso e fluido il corpo è senza peso, va da solo. Come l'anguilla che sguscia oltre le rocce sul fondo: solleva sabbia che fluttua polverizzata e nelle pieghe ovattate e cristalline del suo essere invertebrato sente accarezzati i sensi liquidi e informi. Echi di vento si percepiscono in superficie. Ma ora quel cielo è lontano e offuscato, il fondale è buio e diventa sempre meno ospitale, freddo. Piomba nell'oscurità totale e non sente più nulla.
Attorno al corpo steso a terra si era radunato un piccolo gruppo di persone. Qualcuno chiamò un'ambulanza, ma l'uomo non si muoveva più, sembrava morto. Forse un infarto.
Una berlina scura e senza targa accostò poco distante, un uomo in nero osservava la scena. Dopo aver pedinato il giornalista, si era appostato a lungo per sorvegliarlo. Appariva chiaro che qualcosa era andato storto. La cartella di pelle marrone non era accanto al cadavere. Afferrò un apparecchio criptato dalla tasca della divisa. Compose un codice di identificazione, prima di parlare: «Signore, il bersaglio è a terra. Ripeto. Il bersaglio è a terra. Passo».
Una voce metallica rispose alla chiamata: «Maledizione! Recupera la cartella».
«Nessuna traccia della cartella, signore. Passo.»
«Trovala. Non ha avuto tempo per nasconderla. Non può essere svanita. Muoviti. Chiudo.»
L'uomo in nero si mosse immediatamente.


Italia, Roma
Sede Operativa NAVI Spa

La conferenza stava per iniziare. Il presidente Piero Navi era arrivato dalla centrale di Parigi portandosi dietro tutto il suo staff. Avrebbe presentato alla stampa e ai suoi dipendenti il nuovo cervello di sistema costato all'azienda anni di fatiche e investimenti.
Alfredo Relli, amministratore delegato della NAVI Spa, fece il suo ingresso in sala stampa, dove numerosi giornalisti avevano già preso posto dietro a una piramide di telecamere e a una piccola trincea di flash. Sulla quarantina, sopracciglia arcuate naturalmente come a bloccarlo sempre in una posa arcigna, passo svelto e completo di alta sartoria, era il braccio destro del presidente della multinazionale. Seguito da un pugno di stretti collaboratori, piegò i fogli e li passò alla segretaria personale, Nadia, che gli camminava di fianco.
«Non mi servono» affilò lo sguardo e le intimò con un gesto di fermarsi lì. «So quello che devo dire.» Salì sulla pedana posta davanti alla folta platea e attese che l'applauso di cortesia terminasse, prima di schiarirsi la voce e allargare fiero le braccia: «Provo a indovinare a cosa state pensando? Può un solo uomo mettere d'accordo governi e nazioni e cittadini e portare ognuno di essi a unirsi per un unico obiettivo comune?» Strinse il pugno in alto in segno di vittoria e terminò più solenne che in precedenza: «La risposta è sì, signori. Un uomo ha fatto tutto questo e oggi è qui con noi. Eccolo, il nostro leader, Piero Navi!»
Sull'applauso, spuntò dalla quinta dietro alla pedana un piccolo uomo minuto e sorridente, occhiali da vista sottili e rettangolari e radi capelli brizzolati. Le pieghe delle gote apparivano appesantite ma disegnavano una buffa espressione che, unita al naso tondo e agli occhi grandi e lucidi, gli conferiva l’aspetto di un elfo. In apparenza il nonno perfetto, per l'aria bonaria e delicata e i movimenti rallentati dagli acciacchi del tempo; in realtà uno dei più grossi squali del mercato internazionale delle telecomunicazioni.
Non amava parlare in pubblico e nemmeno essere fotografato, era abituato a osservare, non ad esserlo altrettanto, ma sorrise composto.
«Da bambino avevo un sogno: viaggiare nel tempo» esordì, suscitando brusii e commenti divertiti. «Ero convinto che un giorno avrei trovato il modo di fare salti dimensionali in avanti» alzò l'indice e fece segno di no. «Badate bene, mai indietro, sempre in avanti. Il passato è passato, il cammino è verso il futuro.» Portò le braccia al petto e strinse le mani in un pugno. «Insieme, tutti noi, possiamo saltare. Passare di dimensione e vedere oltre. Non andando a spasso nel tempo, come si immagina quando si è piccini…», alzò la testa e la voce, assumendo un tono profetico, «…ma andando a spasso nel mondo. Cavi, impulsi, fibre, antenne, ogni cosa è connessa. A ogni impulso ne segue un altro e tutti insieme creano una rete che ci permette di fare questo salto, signori». La sala cadde in un silenzio esterrefatto. «Non dobbiamo andare lontano per trovarlo, il futuro siamo noi!»
Le ultime file acclamarono chiassose il loro Presidente.
Non tutti sembravano affascinati dal discorso. Alcuni giornalisti parlottavano in disparte. Torrisi, prima pagina di uno dei quotidiani nazionali più venduti, alzò la mano. Alfredo Relli lo intercettò e gli fece cenno di abbassarla. Non era previsto che si facessero domande al Presidente, più tardi avrebbe lui stesso rilasciato delle dichiarazioni. Ma Navi non riteneva una buona idea ignorare la stampa e chiese a Relli di non preoccuparsi, dando volentieri la parola al cronista.
Il tizio fece qualche passo avanti e strinse gli occhi in una ruga tagliente. «I quotidiani francesi riportano in prima pagina che alla sede di Parigi c'è stato un crash nel vostro sistema operativo centrale: Ludmilla. Pare che abbiate perso dei dati sensibili. Pare anche che questi dati siano stati trafugati. È fondato?»
Piero Navi rispondeva tranquillo, persuasivo e sorridente: «Nessuna perdita. È tutto rientrato. I nostri analisti hanno fatto un po' di confusione, ma adesso è tutto a posto». E al giornalista non era stato concesso di fare altre domande.
Qualcosa però non stava andando come previsto; un paio di persone si passavano un'informazione che in un attimo fece il giro della sala. C'era fermento, alcuni giornalisti iniziarono a muoversi, a chiamarsi e a confabulare. I responsabili del servizio d'ordine chiesero che si facesse silenzio, la conferenza non era ancora finita, dovevano restare al loro posto. Ma la notizia che Luciano Serpieri fosse deceduto poche ore prima, aveva destabilizzato tutti. «Ma chi, Luciano? Ma quando?» «Sì, sì, Serpieri, all'alba. Pare si sia trattato di un infarto» «Stava in Francia, è successo a Parigi». Brusii e bisbigli sovrapposti innervosirono il gruppo del Presidente che insorse richiamando all'ordine in modo sempre meno amichevole. Finché Alfredo Relli non raggiunse Piero Navi sul podio e impugnò il microfono. «Perdonatemi signori, che vi piaccia o no, Ludmilla gode ottima salute. Non è il caso di mettere in discussione le parole del Presidente.»
Lo stavano ignorando. Un capannello di giornalisti si allontanava dalla sala.
«Scusate, che sta succedendo?» urlò Relli, visibilmente irritato.
Uno dei cronisti intervenuti, Massimo Guidacci, prese la parola con prepotenza: «Un collega è morto, qualcuno di noi deve tornare in redazione».
Relli e il suo staff si lanciarono occhiate indispettite.
«Che significa? Non avete personale che si occupi dei necrologi?» chiese Relli.
Tra Alfredo Relli e Massimo Guidacci non era mai corso buon sangue. Il cronista era noto per i suoi modi arroganti e non si lasciò intimorire dall'amministratore: «Non fare l’idiota, Relli. Qua parliamo di uno che stava in Bosnia quando tu andavi ancora a scuola!»
«Guidacci, vattene fuori. Tanto non sai scrivere. Fatelo accomodare, per favore.»
Piero Navi cercò di sedare gli animi fingendosi preoccupato: «Via adesso stiamo calmi. Eravamo qui per qualcosa che ci riguarda tutti, parlavamo appunto di una rete universale che ci connetta l'un l'altro, e ci scontriamo per un contrattempo?»
«Un contrattempo, Presidente?» lo aggredì Guidacci, mentre lo scortavano verso l'uscita. Si divincolò e alzò la voce: «Luciano Serpieri era il miglior corrispondente estero che avessimo! E di sicuro a lei non mancherà, dato che la stava affossando da anni con i suoi reportage!»
La frase del cronista echeggiò nella sala, come il rintocco di un pendolo che scandisce il conto alla rovescia. Giovanni avvertì una fitta potentissima nello stomaco. Sbucò dall'ultima fila di sedie, dove erano stati alloggiati gli unici ad applaudire e gioire, i cinquanta dipendenti invitati ad assistere quel pomeriggio. Si voltò di scatto in direzione del cronista che stavano trascinando verso l’uscita. Paolo, seduto accanto a lui, gli afferrò il braccio e lo guardò sconvolto. Giovanni strinse i pugni stesi lungo i fianchi e prese a muoversi. Come un automa si diresse verso Guidacci scavalcando sedie, persone, dando gomitate agli addetti alla sicurezza che tentavano di fermarlo e farlo tornare al suo posto.
Sembrava impazzito, sbaragliava tutto e procedeva deciso in direzione dei due uomini che tenevano per le braccia il cronista spingendolo fuori, mentre questi seguitava a urlare e inveire. Paolo si guardò intorno chiedendo ai colleghi più avanti di fermare Giovanni ma nessuno riusciva a capire che intenzioni avesse. «Levatevi! Via!» urlava e scostava sedie e persone che gli venivano incontro. Arrivato in fondo alla sala afferrò Guidacci per il colletto della camicia. Il cronista era ancora bloccato dai due energumeni e fu colto alla sprovvista dall'aggressione del giovane. Quando se lo trovò davanti alla faccia, spalancò la bocca: «Giovanni! Sei qua? Ma tu lo sapevi?»
Gli occhi di Giovanni iniziarono a iniettarsi di sangue e la sua voce uscì come un grido di rabbia: «Che cosa hai detto? Chi è morto? Chi è morto, oggi?»
Guidacci si fermò a fissarlo, adesso non si divincolava più. Ormai la sala era nel caos. Piero Navi era stato fatto allontanare dalle guardie del corpo e i giornalisti si erano sparpagliati, chi tentando di inseguirlo, chi osservando il giovane che aveva fatto saltare per aria le sedie e spinto a terra i colleghi per raggiungere Guidacci.
Alfredo Relli era ancora immobile sul podio ad assistere interdetto alla scena. Come mai uno dei dipendenti si stava comportando in quel modo? Si rivolse a Nadia, la segretaria, chiamandola con un cenno della mano.
«Chi è quello?» indicò Giovanni.
Nadia sfogliò la lista dei presenti e deglutì: «Programmatore. Sesto piano della succursale di Roma. Sta agli apparati informativi, immette le anagrafiche clienti».
«Non me ne frega un cazzo di cosa si occupa. Ho chiesto chi è!»
Nadia impallidì nel pronunciare quel nome: «Giovanni Serpieri, signore».

I due tizi alti e piazzati lasciarono il cronista. Capirono che non avrebbe più fatto scenate a giudicare dall'espressione disperata che aveva. Finalmente libero, Guidacci prese Giovanni per le spalle e gli parlò abbassando la testa: «Mi dispiace Giò, tuo padre è morto».


Questura di Roma Nord, Commissariato Prati.

La sede della Polizia giudiziaria era stata presa d'assalto dai giornalisti e dalle telecamere che affollavano l’atrio. Che il noto inviato Luciano Serpieri fosse deceduto, era ormai di dominio pubblico.
I telegiornali avevano già comunicato la notizia parlando di lutto nel mondo dell'informazione e ricordando il corrispondente estero che parlava quattro lingue, lo scomodo segugio che aveva scovato traffici illeciti e verità insabbiate ovunque nel mondo. Commozione generale e immagini che lo ricordavano aprivano le prime pagine del web. Un pulmino televisivo era parcheggiato davanti all'edificio, mentre una giornalista bionda aspettava che le dessero la linea dallo studio.
«...trapelano le prime indiscrezioni su quella che potrebbe essere una vera e propria cospirazione ai danni del giornalista Luciano Serpieri che si stava occupando di un'indagine su presunti finanziamenti illeciti a una nota Multinazionale per le Telecomunicazioni italo-francese, ora nel mirino... »
Giovanni stava nascosto a poca distanza dall'entrata dell'edificio a sentire quello che dicevano i colleghi di suo padre, in diretta sul primo canale nazionale. La moglie e l'altro figlio del giornalista erano arrivati. Sarebbero stati presi di mira dai flash e così fecero un percorso alternativo passando dal retro dell'edificio in cui era permesso l'accesso solo alle auto d'ordinanza. Giovanni non era arrivato con la madre e il fratello, si era infilato nella vettura di Guidacci e aveva ascoltato le elucubrazioni di un folle. Non credeva a una sola parola di ciò che gli aveva raccontato Massimo Guidacci: che avesse conosciuto suo padre arruolandosi nella Legione Straniera al confine con la Francia anni prima, e che Luciano passava informazioni ai militari francesi per conto del Governo italiano. Suo padre era un corrispondente estero, anche inviato di guerra sì, ma un legionario no, non era possibile. Però gli avrebbe concesso il beneficio del dubbio mentre lo sentiva affossare l'azienda per cui lavorava, additandola come la copertura di un ipotetico complotto internazionale. Diceva che i colleghi non avevano capito niente del reportage a cui Luciano stava lavorando da mesi; che si trattava di congegni militari per il controllo delle masse o roba simile. Forse era un mitomane, questo cronista.
Il commissario Baldi era seduto nel suo ufficio da oltre mezz’ora al telefono con la questura centrale di Parigi e davanti a lui, seduti e muti, c'erano la signora Virginia Federici ormai vedova Serpieri, e il primogenito, l'avvocato Michele Serpieri.
La donna, magra, pallida, occhi spenti, fissava il pavimento e si stringeva le braccia al corpo dondolando. Michele aveva un'espressione vuota non facile da cogliere in occhi neri come i suoi. Giocherellava con il cellulare e accavallava le gambe ora a destra ora a sinistra, in movimenti sistematici. Anche lui appariva sul punto di esplodere.
I tre non sembravano intendersi. Davano l'impressione di essere finiti nella stessa stanza per sbaglio. Il commissario sudava e parlava in fretta guardandosi la cornetta nella mano come fosse una faccia e non un mezzo di comunicazione. Ad agitarlo, oltre alla situazione, era la figura della vedova che era a un passo da una crisi di nervi.
Lo spalancarsi improvviso della porta lo fece saltare sulla sedia. Virginia e Michele sussultarono e per un attimo accesero lo sguardo in direzione di Giovanni, entrato agguerrito e dissonante come la nota stonata al centro della partitura di un requiem. Seguì un silenzio gelido. Virginia, Giovanni e Michele si osservavano muti, increduli. Tutto questo non stava accadendo a loro, era solo un incubo. La donna allungò una mano verso Giovanni ma lui non si mosse dallo stipite della porta. Non voleva toccarla, condividere l’abbraccio, lui non era sveglio, lui stava sognando. Il più orribile dei sogni.
«Allora, si è capito qualcosa?» chiese a voce alta.
Almeno lui era rabbioso. Baldi ne fu quasi lieto e dimenticò di ammonirlo per essersi introdotto nella stanza senza bussare o essere annunciato. Lo invitò a sedersi e attendere che chiudesse la comunicazione con Parigi.
Il giovane rimase in piedi, non aveva voglia di osservare da vicino la faccia distrutta di sua madre; era abituato a vederla solare, energica, più forte di lui. Michele gli fece cenno di abbassarsi e bisbigliò nel suo orecchio: «Sembra che abbia avuto un infarto».
Sì, poteva succedere a chiunque, si ripeté, ma non doveva succedere a me.
Cose che capitano, certo. Non poteva trattarsi di un complotto militare internazionale, Guidacci non aveva tutte le rotelle a posto, pensava.
«Scusate.» Il commissario Baldi sollevò lo sguardo e tossì due volte cercando le parole adatte, ora che la sua telefonata era finita. I tre lo fissarono supplichevoli, sperando di sentirgli dire che c'era stato un equivoco o magari che Luciano fosse resuscitato. Ma Baldi spiegò: «I colleghi francesi hanno aperto un'inchiesta e ordinato l'autopsia. Uno di voi dovrebbe andare a Parigi per sbrigare le pratiche burocratiche. Ci vorranno giorni per i risultati, forse un paio di settimane. Prima di allora non potranno rimpatriare la salma».
Non era ciò che Giovanni voleva sentire.
Suo fratello Michele, l’avvocato, per deformazione professionale o per insofferenza, riattivò i neuroni e lo incalzò: «Indagano o seguono solo la procedura?»
Baldi si accigliò: «È la prassi. In base ai risultati dell'autopsia si stabilirà se archiviare l'indagine oppure no».
L'intervento impulsivo di Giovanni destabilizzò ulteriormente i tre: «Quindi se si è trattato di omicidio, tra due settimane sarà troppo tardi per fare qualcosa?»
Michele lanciò un'occhiata seccata verso suo fratello, mentre Virginia si portava un fazzoletto alla bocca tentando di soffocare i singhiozzi generati dal suono della parola omicidio.
Il commissario Baldi alzò le mani in un sospiro esasperato: «Sentite, con tutto il rispetto per il vostro dolore, sono ore che i giornalisti là fuori fanno ipotesi spionistiche e ricamano pittoresche sentenze su come sarebbero andate le cose. Attentato, complotto, insabbiamento, ho sentito di tutto finora». Si alzò in piedi mettendosi a mani giunte come volesse pregarli di ragionare. «Ma credetemi, sono solo illazioni basate su nessuna prova e alimentate dalla volontà di montare un caso eclatante intorno alla figura di un uomo che ha dato tanto al nostro paese e, per carità, di questo gli siamo tutti riconoscenti. Tuttavia vi consiglio di non lasciarvi trascinare da queste congetture, non fanno bene alla vostra famiglia e non portano da nessuna parte.» Si mise a sedere e abbozzò un sorriso compassionevole: «L'ipotesi più accreditata è che si sia trattato d'infarto. Morte naturale, tragica, inaccettabile, ma naturale, signori miei. Si vorrebbe che ad un uomo coraggioso ed eroico come Luciano Serpieri fosse designata una dipartita altrettanto gloriosa, pur di non attribuirgliene una che rientri nella quotidiana casistica a cui siamo abituati. Ma bisogna essere preparati ad accettare la realtà».
Inaspettatamente, stavolta fu la donna che sembrava remissiva e assente a insorgere infastidita dall'atteggiamento superficiale del poliziotto. Tirò fuori tutta l’energia che le aveva permesso per quarant'anni di vivere accanto a un inviato di guerra, restando fiduciosa.
«Commissario, si vorrebbe che il proprio marito ci invecchiasse accanto. Si vorrebbe che diventasse un nonno amorevole per i figli dei suoi figli. E non lo si vorrebbe mettere in una bara prima di noi. Ma di sicuro, quali che siano le ragioni della sua dipartita, come la chiama lei, a questo punto non ha importanza.» Afferrò la mano di Michele che le stava seduto di fianco, lanciò una rapida occhiata a Giovanni rimasto in piedi alle sue spalle, e concluse più decisa che in precedenza: «La nostra famiglia è abituata a vivere nella verità. Perciò se quei ricami e quelle congetture dovessero malauguratamente trovare fondamento, Dio salvi il suo attentatore, perché non ci fermeremo finché non sarà catturato».
Il commissario Baldi ammutolì. I tre si erano stretti e facevano squadra, lo fissavano concordi e non sembravano affatto parte della quotidiana casistica a cui siamo abituati.


Stadio dei Marmi

Era notte fonda. La ventiquattrore, la giacca e le scarpe erano ammucchiate a terra, correva scalzo. I lampioni illuminavano il suo percorso solo a fasi alterne, il resto era inghiottito dal buio. Le statue fissavano Giovanni inespressive, granitiche, imponenti, ma lui non se ne curava. Le vedeva susseguirsi rapidissime come in un vortice che risucchia ogni figura trasformando le luci in linee concentriche e fugaci.
Non sentiva nulla, né il freddo, né la terra sotto ai piedi; la sua corsa era inarrestabile. Doveva superare la notte, doveva correre più veloce di quel molosso che stava inseguendo i suoi polpacci. Ora che suo padre non c'era più, come avrebbe fatto a salvarsi la pelle? L'animale lo avrebbe raggiunto molto presto, il freddo lo irrigidiva e il cane saltava e solcava la pista molto più agilmente di lui.
Stavolta sarebbe morto dilaniato dalle sue zanne. Non come vent'anni prima, quando fu proprio quel cane a cambiare la sua vita.
Era il 1989, Giovanni aveva otto anni, era stato cacciato da scuola per la seconda volta in sei mesi. Il preside spiegava a Luciano e a Virginia che il ragazzino era troppo vivace, picchiava i suoi compagni e non faceva che combinare guai. A Giovanni non sembrava così terribile aver allagato i bagni della scuola infilando asciugamani appallottolati nei lavandini lasciando aperti i rubinetti. E nemmeno aver fatto scoppiare miccette che stavano per dare fuoco all'aula di disegno e ai capelli della sua compagna di banco, durante la lezione. Non ci vedeva niente di male a giocare a nascondino con le maestre, trovando sempre luoghi stretti e angusti in cui infilarsi e sparire fino al tramonto, quando disperate erano costrette a chiamare la Polizia temendo gli fosse accaduto qualcosa.
Giovanni non era nato così. Più cresceva più si cacciava nei guai. Tutto, pur di attirare l'attenzione di suo padre, sempre all'estero, sempre troppo preso dai suoi reportage. Costantemente in pericolo e fuori casa.
Non riusciva a contenere la dose eccessiva di energia di cui era dotato e la scaricava trovando sempre un modo per mettersi al centro della scena. Prendeva a calci e a pugni chiunque tentasse di domarlo. Ma suo padre, pur avendolo capito, non diventò mai il genitore presente e attento che Giovanni avrebbe voluto.
Finché un giorno successe qualcosa.
Un molosso incattivito dai calci del padrone iniziò a ringhiare nel mezzo di un parco giochi in cui Luciano aveva portato Giovanni; una delle sporadiche occasioni che trascorreva con il figlio. Il cane si liberò dalla stretta dell'uomo che lo torturava senza motivo e gli si rivoltò contro iniziando a morderlo.
Giovanni assisteva alla scena dalla cima di uno scivolo gonfiabile e fece esattamente l'opposto di ciò che gli aveva raccomandato Luciano: invece di restare fermo lì, scivolò giù e corse verso il cane.
In qualche modo il ragazzino trovava sbagliato che l'uomo soffrisse tanto e che contemporaneamente altri avessero preso l'iniziativa di allontanare l'animale a colpi di bastone. E poi disubbidire a suo padre lo elettrizzava. Forse lo avrebbe picchiato, dimostrando di volergli bene.
Richiamò il cane urlando: «Ehi bello! Sono qui, vieni a prendermi!» Nella confusione generale, il molosso si divincolò e si lanciò verso il ragazzino che si sbracciava fischiando. Luciano non fece in tempo a fermarlo e non poté che assistere impotente all'inseguimento.
Il ragazzino dapprima saltò su una delle strutture di metallo cercando di seminarlo, ma il cane balzò in cima in un attimo e lo raggiunse. Iniziò a ringhiargli avanzando minaccioso e costringendo Giovanni a indietreggiare. Non avrebbe mai vinto contro l'animale, glielo suggerivano le zanne intrise di bava che mostrava rabbioso.
Istintivamente si lanciò giù dalla struttura, si mise in piedi e ricominciò a correre, non aveva alternative.
Luciano seguì con lo sguardo il percorso che il figlio di otto anni stava facendo: non voleva sfuggire all'animale, voleva batterlo.
Il bambino aveva capito che presto sarebbe stato raggiunto e invece di arrendersi, valutò le possibilità che il campo che circondava il parco giochi offriva. Iniziò a rotolare oltre le siepi fino a raggiungere un canale di scolo e balzò velocissimo sull'apertura. S'infilò nel cunicolo di cemento che bloccò il cane. Girava intorno abbaiando come un predatore che attende la vittima al varco. Solo dopo un paio di minuti l'animale si arrese, smise di insistere e decise di ritirarsi. Quando il ragazzino lo vide allontanarsi gridò: «Vittoria!».
In seguito avrebbe appreso che se non avesse distratto il cane, l'uomo aggredito avrebbe perso il braccio.
Luciano capì che le energie di Giovanni potevano essere canalizzate in modo sano. Gli elementi c'erano tutti: energia, velocità, coraggio, spirito di competizione.
Era arrivato il momento di metterlo alla prova.
Alcuni giorni dopo, Luciano caricò il figlio in auto e attraversò la città. Giunti al Foro Italico, in cui stavano avendo luogo gli allenamenti di atletica, disse: «Se dovessi scegliere tra il gioco di squadra o l'atletica leggera, cosa preferiresti?»
Era la prima volta che il ragazzino sentiva di contare qualcosa per suo padre, che avrebbe potuto diventare importante tanto quanto i suoi articoli.
Col tempo divenne un velocista professionista, vinse numerose competizioni regionali e nazionali di corsa di fondo, ma crescendo si rese conto che non era abbastanza. Suo padre era sempre più famoso e distante. Cadde di nuovo nell'errore: mollò tutto e al posto della tuta, infilò una camicia. La rabbia era ancora sul ciglio dei suoi nervi, il vuoto era il baratro e l'istinto di lanciarsi si presentava ogni notte.
La vendetta migliore fu di farsi assumere proprio dall'azienda che il padre screditava da anni, con articoli terribili. Ma neanche questo servì. Luciano continuò a scriverli e lui a lavorarci dentro. Odiandosi ogni giorno di più, per questo. L'etica e l’orgoglio impedivano al giornalista di ostacolare Giovanni in quella scelta, ma non fu così che quel gesto venne interpretato. Per Giovanni, era solo menefreghismo.
Adesso che aveva perso l'uomo a cui doveva ancora dire tutto, nemmeno la corsa sarebbe stata sufficiente a controllare la rabbia che aveva dentro e che lo stava divorando. Doveva incanalarla o lo avrebbe annientato.
L'avvocato Michele Serpieri aveva trascorso tutta la sera a cercare il fratello minore, sparito nel nulla durante l'assedio dei giornalisti al di fuori del Commissariato. Solo a notte fonda gli venne in mente che l'unico suo rifugio fosse la pista. Parcheggiò e superò il cancello introducendosi all'interno dell'area.
Procedendo tra i monumenti e le gradinate di travertino che circondavano l'apparato, vide una figura che correva con addosso la camicia e il pantalone del completo, senza scarpe. Fece diverse centinaia di metri e si fermò ai piedi della pista.
Michele fece un lungo respiro e si piegò sulle ginocchia. Allentò il nodo alla cravatta e chiamò verso suo fratello. Passarono diversi minuti prima che il corridore si arrestasse e decidesse di andargli incontro. Lo raggiunse ma non disse una parola, si mise seduto a terra accanto a lui. I due rimasero per un po' muti a fissare lo stadio illuminato. Michele aveva il viso rivolto verso l'alto e non faceva che sospirare, e Giovanni era piegato a fissare per terra e non riusciva a respirare.
I due fratelli, pensierosi, silenziosi e simili nei colori, nell'atteggiamento, nella posa, non si mossero per un tempo che sembrò infinito. Era una notte stellata e silenziosa, una notte di quelle che lasciano il segno, il momento in cui Giovanni prendeva coscienza di aver perso l'uomo per cui avrebbe dato la vita. Le lancette dell'orologio seguitarono a scorrere, il tempo non aveva più dimensione, si dilatava e si stringeva a fisarmonica in un delirio di emozioni contrastanti e impronunciabili. Poi Giovanni, la voce strozzata, ruppe il silenzio.
«Non soffriva di cuore. Stava bene.»
Michele lo guardò, e fece altri respiri profondi: «Stava bene, sì» ripeté frastornato. «Torniamo a casa, Giò, fa freddo» aggiunse mettendogli un braccio intorno al collo.


Spagna, Madrid
Plaza de Santa Ana

Lisanda Roynad era a Madrid solo di passaggio.
Era partita da Roma poche ore prima e stava tornando a casa, in Andalusia, con l'impazienza di chi ha qualcosa di molto urgente da sistemare. Quella sosta forzata nella capitale, proprio non ci voleva. Iniziava a imbrunire, si stava alzando una brezza fastidiosa, e gruppi di giovani madrileni si dividevano e avvicinavano già allegri, per dirigersi verso i locali di Calle de Huertas.
Lisanda sedeva da oltre un'ora davanti al Teatro Español, al tavolino di un bar del centro. Fasciata in un paltò di cashmere bruciato, con un foulard nero tra i capelli, si era rassegnata a sorseggiare un aperitivo. L’attesa sembrava infinita.
Nelle sue vene scorrevano due tipi di sangue: quello spagnolo e quello tedesco. Un miscuglio afrodisiaco di occhi grigi come l'acciaio e capelli neri come onice lucidato, su una pelle ambrata. La sua era una personalità gelida e caliente allo stesso tempo, tanto imprevedibile da destabilizzare anche il più attento tra gli osservatori.
Alle sue spalle Alfredo Relli, sopraggiunto a sorpresa, giacca a vento sportiva e occhiali avvolgenti, salutò energico: «Come si dice in spagnolo, scusa il ritardo?» Si mise a sedere davanti a lei senza invito, e fece subito un gesto che richiamasse l'attenzione del cameriere che serviva a un altro tavolo.
Lisa divenne sgradevole, tale era la rabbia che le generava quell'uomo: «Si dice usted es un campesino y grosero. È un'ora che ti aspetto, Relli».
Alfredo Relli ordinò un Martini con ghiaccio e le rise in faccia: «Non so quale genere di insulto tu mi abbia rivolto ma devo ammettere che sei molto piacevole quando t'incazzi».
Era spocchioso e vanesio, un mix di agro e amaro che la donna non riusciva sostenere senza diventare insofferente. Alfredo Relli si passò entrambe le mani tra i capelli, aggiustando le ciocche che si ribellavano a quella brezza, e abbozzò un sorriso curioso: «Perché ci incontriamo in Spagna? Non potevi raggiungermi a Parigi?»
«Sto andando a Malaga, ed è già tanto che ti ho incontrato» lo fulminò.
«Eri obbligata, lo sai questo?»
La spagnola ebbe l'istinto di sollevare una mano verso di lui; forse lo avrebbe schiaffeggiato, lo detestava da sempre, se non che Alfredo fu più veloce e la bloccò avvicinandosi al suo viso: «Metto subito in chiaro il concetto, dottoressa Lisanda Roynad. Punto primo, l'aereo è atterrato con un'ora di ritardo. Punto secondo, non sono arrivato fino a Madrid per farmi insultare. Punto terzo, sono tra i pochi che non temono tuo padre, quindi ti consiglio di non alzare mai più una mano su un tuo superiore».
Il cameriere s’infilò tra i due, si piegò e sistemò con eleganza l’aperitivo sul tavolo servendolo con olive e snack, tovaglioli e un sorriso. I due si fissavano muti, accigliati, ignorandolo completamente. Non ottenendo né uno sguardo, né un grazie si allontanò.
Relli sorseggiò il Martini che gli era stato servito e si aggiustò di nuovo i capelli con una mossa leggera e vanitosa.
Lisa insorse parlando sottilmente, chiaro accento spagnolo, occhi serrati sulla mascella tesa, senza smettere di fissarlo: «Punto primo io non dipendo dal tuo ufficio, quindi sei superiore solo nel ritardo. Punto secondo, mio padre non c'entra... ma già che siamo in argomento sappi che ti conviene temerlo, invece. Punto terzo, io so difendermi da sola».
Relli mal sopportava l'italiano imperfetto della madrilena e tagliò corto sospirando e accennando un sorriso ipocrita: «Ora che ci siamo chiariti, andiamo al sodo».
Lisa si mise a braccia conserte e occhi puntati su di lui mentre tirava fuori dei documenti dalla valigetta che si era portato dietro. Li mostrò alla donna e attese che finisse di leggere.
Passarono alcuni minuti prima che Lisa sollevasse gli occhi dai fogli e lui le desse un ordine senza mezzi termini: «Avanti, traduci».
«No. Non lo capisco» ribatté, sollevandosi rapida dalla sedia.
Relli la prese per il braccio e la costrinse a tornare seduta. «Ho detto, traduci.»
L'amministratore non conosceva esattamente il contenuto di quei documenti riservati e scritti in spagnolo; la sola che avrebbe potuto tradurli senza rischiare fughe di notizie era l'interprete dell'azienda. Tuttavia l'incontro inusuale fece capire alla donna che si trattava di un incarico ufficioso e non ufficiale. Avrebbe detto il meno possibile.
«Un gruppo di dissidenti francesi definiti estremisti ha contattato un Ministro del Governo italiano per attuare una vendita di dati in cambio di un milione di euro. In un luogo non precisato. Documenti sottratti a un ufficio di Parigi.»
«Che fai, mi prendi per il culo, dottoressa?» replicò furente l'italiano, stringendole il polso e sussurrando accelerato sulla sua faccia. «Il luogo dell’incontro è Nizza, si legge chiaramente. La merce di scambio sono dati sensibili trafugati alla nostra sede di Parigi, si legge anche il nome della nostra banca dati operativa: Ludmilla. I dissidenti sono i servi dell'opposizione parigina, quel manipolo di delinquenti, les Servont, di base a Parigi.»
«Allora cosa vuoi da me, se hai capito tutto da solo?» lo interruppe seccata, sfilando il polso dalla sua stretta.
Stavolta Relli tentò con le buone. «Siamo partiti col piede sbagliato, dottoressa, ricominciamo daccapo». Tracannò l'ultimo sorso di Martini con un gesto nervoso, ma tentò di apparire tranquillo. «Questa roba arriva dall'Intelligence spagnola. La domanda è: perché? Come mai lo sanno gli spagnoli e non lo sapevano i francesi, dato che si tratta di un conflitto intestino?»
Lisa aggrottò la fronte, sorridendo stupita. «Scusa Relli, ma che domande fai? Io faccio l'interprete, mica la veggente.»
«No, tu fai la snob! Sta scritto su questo documento, non c'è bisogno di essere veggente, basta non fare la furba! Leggi, prima che ti leghi alla sedia e ti costringa con la forza a tradurre. Non ho tempo da perdere, torno a Parigi tra un'ora esatta.»
Adesso Lisanda Roynad avrebbe potuto fare un cenno con la mano e la guardia del corpo che l'aveva accompagnata sarebbe apparsa e avrebbe ridotto in pezzi Alfredo Relli. Ma decise di tradurre e di liberarsene il prima possibile: «Questo è il resoconto di un bollettino militare spagnolo che non so come tu abbia avuto. Qui dice che l'Intelligence italiana ha estromesso quella francese dalla segnalazione fino a nuovo ordine, oscurando il segnale. Ecco perché i francesi non lo hanno saputo subito. Parlano in codice, usano nomi cifrati, non è tutto in spagnolo, Relli. Si tratta di linguaggio militare e io non lo conosco. Posso andare adesso?» si mise in piedi.
Relli era pensieroso e non le badò nemmeno, rifletteva ad alta voce: «Perché i servizi italiani hanno oscurato il segnale a quelli francesi? Sono alleati».
Lisa commise l'imprudenza di ribattere d'istinto, facendo l'ironica: «Magari perché questi hanno insabbiato il referto autoptico di un giornalista italiano famoso nel mondo e deceduto in circostanze misteriose su suolo francese?»
Alfredo Relli si sollevò di scatto e la guardò dritto negli occhi: «Di’ un po', lo frequenti ancora il figlio perdente? Perché hai parlato del giornalista morto, cosa c'entra con la nostra causa?» La sfidò, e se lei avesse tradito insicurezza, sarebbe diventata un nuovo bersaglio.Lisa era immobile. L’immagine di Giovanni le rimbalzò nella mente come un lampo che acceca, e per un attimo aveva smesso di respirare. Poi l’immagine di Luciano Serpieri si sostituì alla prima, provocandole un impeto di inquietudine. Doveva andar via immediatamente.
Si alzò, lo scansò passandogli oltre e parlò rapida: «Relli, io lavoro per Navi, non per te. Non chiamarmi mai più. Arrivederci». Così dicendo si allontanò nella piazza e, solo fissandola, Alfredo si avvide dell'uomo enorme che la stava aspettando dall'altra parte della strada. Tirò un sospiro di sollievo all'idea che la tipa fosse talmente piena di sé da non essere ricorsa all'aiuto della guardia del corpo, visti i modi che le aveva usato.



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